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L'ALBUM DI NOVEMBRE L'artista è sempre un perseguitatoGiuseppe Pontiggiapublished by Luigi Mercanzin  16 novembre
A volte immagino la critica vissuta dalle parte degli artisti. Apollinaire chiedeva indulgenza, nella Jolie Rousse, per quelli che cercano dappertutto l'avventura; e pietà per quelli che combattono sempre «alle frontiere / dell'illimitato e del futuro / pietà per i nostri errori pietà per i nostri peccati».
Appello magnanimo e, nella cornice della poesia, immagine epica. Sappiamo però che in arte l'ultima cosa da chiedere è l'indulgenza, visto che molti la considerano un diritto sociale. Degas invitava energicamente a «scoraggiare» le arti, forse perché ne aveva provato l'effetto tonificante sulla propria pelle; o forse per quella coazione a ripetere che induce chi ha subito un male a replicarlo, preferibilmente su un figlio. Forse gli artisti non vogliono tanto ottenere l'indulgenza, quanto evitare un certo accanimento terapeutico che viene esercitato contro di loro perché cambino linguaggio, soggetto, sesso, epoca, mondo. Vorrebbero sostituire la tendenza più diffusa – di cercare di un artista ciò che non ha – con una tendenza più ragionevole, di valutare ciò che ha. Senza incriminarlo possibilmente per non essere un altro.
Sembra infatti che la legge del «terzo escluso» diventi, soprattutto in Italia, quella del «secondo escluso». Petrarca «si oppone» a Dante, Guicciardini a Machiavelli, Tasso ad Ariosto. Non intendo ovviamente gli universi, le prospettive e le idee. Penso a un atteggiamento mentale che predilige l'esclusione anziché la complementarietà, la discriminazione anziché l'integrazione ed estende l'unicità della scelta al godimento dell'arte e alla intelligenza della Storia.
Un simile atteggiamento è semmai ammissibile negli artisti, che devono continuamente scegliere nel loro operare, o questo o quello, aut aut: ed è proprio l'imperativo della scelta la radice che congiunge l'etica all'arte.
Pochi del resto si aspettano da loro un giudizio equanime, soprattutto sui contemporanei. Il giudizio più duro sull'arte fiamminga credo sia stato espresso da Michelangelo, che pure di pittura aveva una certa competenza. Lo troviamo nei Dialoghi michelangioleschi trascritti da Francisco de Hollanda [...].
A una domanda sorridente di Vittoria Colonna («Desidero di sapere [...] che cosa è il dipingere di Fiandra, e a chi soddisfa, perché mi sembra più devoto che il modo italiano»), ecco la terrificante risposta di Michelangelo: «La pittura fiamminga generalmente soddisferà un devoto qualunque più che la pittura italiana; questa non gli farà versare una lagrima, mentre quella di Fiandra gliene farà versare molte, e ciò non per vigore e bontà di quella pittura, ma per la bontà di quel tal devoto. Essa piacerà assai alle donne, principalmente a quelle molto vecchie, e a quelle molto giovani, e così pure ai frati, alle monache, e a qualche gentil uomo privo del senso musicale della vera armonia.
Si dipingono in Fiandra, propriamente per ingannare la vista esteriore, delle cose gradevoli o delle cose di cui non si possa parlar male, come santi o profeti. Questa pittura si compone di drappi, di casupole, di verdure campestri, di ombre d'alberi, di ponti e ruscelli, ed essi chiamano ciò paesaggio con qualche figurina qua e là.
E tutto questo, che passa per buono per certi occhi, è in realtà senza ragione né arte, senza simmetria né proporzione, senza discernimento né scelta né disegno, in una parola senza sostanza e senza nerbo».
Il taglio cauto di queste dichiarazioni mostra quanto poco avrebbe da guadagnare, in equilibrio, la critica dei contemporanei affidata agli artisti. Non per altro ci si aspetta dai critici militanti una maggiore apertura. Che sia una professione difficile l'aveva già intuito Oscar Wilde, secondo cui per essere un artista basta un minimo di talento, ma per essere un critico ci vuole il genio.
18 novembre
Anche Totò è stato accusato per decenni di essere Totò e di non essere Chaplin. Qualcuno l'avrebbe voluto simile a Petrolini, che non veniva accusato di non essere Chaplin, anche perché un grande critico teatrale, Silvio D'Amico, aveva affermato che Petrolini era Petrolini.
19 novembre
La casistica degli artisti denigrati per somigliare a se stessi è sterminata, tanto da trasformarsi in una regola di cui si notano le eccezioni. Richiama quella del nido familiare, dove una figlia viene accusata di non essere un figlio oppure un figlio di non essere simile a un fratello. Una variante positiva di questo sistema aberrante è costituita dal rapporto tra Gershwin e Ravel. Questa volta era l'autore che voleva essere un altro, Gershwin, non contento di essere il compositore più originale del Novecento americano, cerca di colmare le lacune della sua cultura musicale e si dedica allo studio dei classici. Nei suoi viaggi in Europa avvicina Ravel, Stravinskij, Poulenc e Milhaud, con l'umiltà di un allievo che sogna di essere accolto nel pantheon dell'arte contemporanea , dove per altro ha già un posto. La risposta-domanda più sapiente, micidiale e costruttiva, gliela dona Ravel: perché non essere un buon Gershwin per diventare un cattivo Ravel? Il sole-24 ore domenica 6 dicembre 1998 #334 pag. 27
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