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Le fotografie di Davide Salsi alternano indifferentemente
ambientazioni di paesaggio a scenari
interni, con un’ unica importante costante, cui
l’artista non fa eccezioni, rilevabile nell’assenza
consapevole e voluta della presenza umana.
Le sue immagini fanno pensare a scatti abilmente
rubati, di nascosto e sottovoce, di una realtà già
compiuta, fortemente evocativa e pregna di
richiami simbolici.
L’atmosfera è quasi sempre sospesa, il tempo
indeterminato, cui contribuisce il carattere
estremamente ideale di ogni ambientazione.
Fondamentale è il ruolo della luce, unico
richiamo ad un’esperienza fenomenica, in grado
di infrangere l’atemporalità dello spazio e di
conferire grande tensione emotiva all’intera
scena.
Elisabetta Vanzelli: i tuoi scatti mostrano scenari
intatti e immobili, sospesi in una perfezione
irreale, eppure si percepisce il richiamo a
qualcosa di appena concluso.
È come se tu arrivassi in punta di piedi, appena un
attimo dopo il compiersi di un evento per
coglierne l’essenza ancora percepibile nello
spazio circostante.
Il richiamo alla memoria è quindi molto forte ...
Davide Salsi: sin da piccolo mi hanno sempre
affascinato i luoghi abbandonati e apparentemente
dimenticati; restavo impressionato
dalla visione di un casolare di campagna in
rovina e potevo passare i giorni successivi a
fantasticarne un passato mai conosciuto. Sono dei
ricordi ancora così vivi in me.
Mi piace pensare e costruire delle immagini e
degli spazi che mentre mostrano il silenzio ed il
vuoto richiamano la quotidianità latente e
sospesa, presenze appena passate fuori campo ma
delle quali sono ancora vividi il ricordo e le
tracce. Non ho la pretesa di presentare immagini
oggettive o soggettive, ma piuttosto degli
ambienti neutri ed impersonali, nei quali il
silenzio e l’assenza siano echi e riverberi di cose
imminenti o già avvenute. Sopprimo le persone,
il movimento, i suoni ed i rumori che saturano
ormai i luoghi della nostra quotidianità; tutto
quello che è sparito o che deve ancora accadere
diviene così una presenza tangibile attraverso la
sua stessa assenza. Questi ambienti statici ed
asettici invocano in me altri ambienti dove sono
appena avvenuti , azioni, conversazioni. Più che
le azioni o gli eventi in sè, m’interessa guardare o
fotografare quei pochi istanti che li precedono o li
seguono; non l’atto della visione, ma piuttosto
quello dell’attesa o del ricordo. Consegnare
immagini al vuoto è forse un modo per sfidare il
tempo e dilatarlo all’infinito, evocando costantemente
l’arrivo - o il ricordo - di qualcosa o di
qualcuno.
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